Legge n° 23 del 1998: tutto da rifare

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Legge n° 23 del 1998: tutto da rifare

Era il 29 luglio del 1998 quando il Consiglio Regionale della Sardegna, varava la Legge n° 23, un dettagliato impianto normativo figlio della Legge Quadro Nazionale, partorita dalla Camera dei Deputati sei anni prima alla quale era purtroppo necessario adeguarsi.
I legislatori dovevano rendere operative 4 importanti direttive comunitarie e 3 convenzioni internazionali per la tutela della fauna, e ciò ha comportato il superamento della vecchia Legge n° 32 del 1978 che già regolava in l’attività venatoria in Sardegna secondo rigidi principi di salvaguardia e che ci consentiva di esercitarla secondo tradizioni e archi temporali consoni al territorio isolano.
Da questo momento, una serie di concause hanno provocato quello che oggi è sotto gli occhi di tutti: chiusura della caccia alla nobile stanziale; key concept che non corrispondono alle nostre rotte migratorie; mancanza di gestione di cervi e mufloni; assenza di ripopolamenti di fauna stanziale; assenza di fondi per la gestione faunistica.
La responsabilità di questo caso emblematico di cattiva amministrazione è da imputare a chi si è succeduto in via Roma n°25 dal 1998 ad oggi senza esclusione alcuna che non ha saputo (forse non ha voluto) intervenire per correggere quelli che sono i deficit della 23.
Nonostante si siano certamente resi conto che la stragrande maggioranza del mondo venatorio non aveva alcuna intenzione di piegarsi sommessamente alle imposizioni di una legge quadro anacronistica e poco adatta al territorio isolano, probabilmente per la paura (o meglio il terrore) di mettere mano ad un argomento che anche nelle sfumature più banali scatena le assurde proteste vegan-animal-ambientaliste al cui bacino elettorale evidentemente mirano, hanno continuato e tuttora persistono a portare avanti la linea secondo la quale bisogna applicare la 23 così com’è.
Su questa linea hanno partorito un Piano Faunistico evidentemente sballato sotto tanti aspetti e inapplicabile per l’evolversi del quadro normativo. La riforma degli enti locali ad esempio ha visto dimezzarsi il numero delle province rendendo di fatto inutili i piani provinciali che nonostante tutto sono alla base di quello regionale; lo stesso PFR da un lato insiste (si giustifica) sull’obbligo di seguire le disposizioni della 23 quando si tratta di Ambiti, dall’altro dice che comunque è auspicabile la permanenza delle autogestite (che erano previste solo dalla 32/78), insomma non sanno neanche loro che pesci pigliare, un pasticcio.
Con la scusa e il ricatto che la competenza poteva essere solo degli ATC Hanno bloccato tutti i ripopolamenti e praticamente chiuso i centri di allevamento della fauna selvatica e lasciato il territorio in balia del nulla.
Nel redigere i Piani Faunistici si sono dimenticati di applicare quanto di buono può esserci nella legge quadro!
Perché qualcosa di buono c’è, il principio di gestione del territorio suddividendolo in aree omogenee per habitat e problematiche è corretto! così come è corretto il coinvolgimento del mondo venatorio che è il più grande conoscitore del territorio e il più attaccato ad esso.
La 157 purtroppo questo principio lo traduce in ATC la cui gestione in tantissime realtà ne sancisce il fallimento, in Sardegna con i Piani Faunistici Provinciali sono riusciti a fare peggio: recinti senza senso. La 157 difatti parla di territori omogenei non di limiti provinciali o comunali su cui passare il pennarello colorato convinti di rispettare la più grande cavolata che riporta la legge: almeno 2 ATC per provincia. La stessa Legge regionale “copia e incolla” lo esclude prevedendo invece la possibilità di ambiti interprovinciali individuando i confini in limiti naturali o infrastrutturali chiari, ma per farlo bisogna studiare un po’ di più, a meno che non mi si voglia convincere che, ad esempio, le zone umide di Tortolì siano del tutto simili al Supramonte di Villagrande che a sua volta è un altro mondo rispetto a quello di Orgosolo ecc..
Ora con le spalle al muro per la chiusura imposta dal TAR alla nobile stanziale per evidente inadempienza nella gestione viene commissionato, finalmente, uno studio su pernici e lepri che sebbene ancora in stato preliminare già evidenzia la sostenibilità del prelievo. Ma la domanda che vorrei porre è un’altra: sino ad oggi ci hanno detto che gli “studi” li potevano fare solo gli ATC (Abbozzo di Territorio Confinato) e poi ci dimostrano che si può fare tutto su scala regionale… perché solo ora?
Perché si ha il terrore di censire gli ungulati e dimostrare che il rischio estinzione è superato da un pezzo?
Forse perché il timore che 4 giornalisti incompetenti e ideologicamente prevenuti scrivano che adesso si può uccidere “Bamby” e per mettersi al riparo da calunnie e dissenso disinformato è meglio non toccare nulla mettendo a rischio proprio la salute di “Bamby” che da una buona gestione può solo trarre vantaggi?
Se si vuole realmente mettere ordine ad una situazione caotica che di fatto non fa contento nessuno bisogna avere il coraggio di mettere mano alla 23 e adeguarla alle esigenze e alle tradizioni del territorio nel rispetto della legge quadro, si può fare.
Si può e si deve gestire territorio e fauna secondo le specifiche peculiarità e biodiversità che caratterizzano habitat omogenei, per farlo non è necessario creare riserve indiane da rendere visitabili solo a chi paga il biglietto di ingresso esteso peraltro agli “indiani stessi”.
È indispensabile mettere l’IRFS nelle condizioni di operare e coordinare la gestione del territorio partendo da comitati di gestione territoriali in cui i Cacciatori possano (e devono!) mettersi a disposizione per salvaguardare e migliorare le attuali condizioni ambientali dimostrando di essere coloro che più di tutti hanno sia le capacità che l’interesse al benessere del patrimonio faunistico e ambientale.
Una cosa è certa con immobilismo e testardaggine non si può andare avanti!

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